Titolo originale:  La Casa dalle finestre che ridono

Titoli internazionali: The House of the Laughing Windows (Usa), La maison aux fenêtres qui rient (Fra), A nevetõ ablakos ház (Ung), Het huis met de lachende vensters (Ola), La casa de las ventanas malditas (Mex).

Tipologia: Lungometraggio

Genere: Orrore

Regia: Pupi Avati

Cast: Lino Capolicchio, Francesca Marciano, Gianni Cavina, Giulio Pizzirani, Bob Tonelli, Vanna Busoni, Pietro Brambilla, Ferdinando Orlandi, Cesare Bastelli, Eugene Walter

Sceneggiatura: Pupi Avati, Antonio Avati, Maurizio Costanzo, Gianni Cavina

Colonna Sonora: Amedeo Tommasi

Anno: 1976

Nazione: Italia

Durata: 110 minuti

Pupi Avati è un autore eclettico, nella cui filmografia si trovano i generi più svariati, dal musical tutto all’italiana (Aiutami a sognare, 1981) a quello di genere “religioso” (Magnificat, 1993), dal film sportivo (Ultimo minuto, 1988) alla commedia agrodolce (Festa di laurea, 1987), soltanto per citarne alcuni. Tuttavia, anche nei territori del thriller e dell’horror è possibile trovare alcune autentiche gemme, destinate nel tempo a diventare veri e propri cult movie e a stabilire definitivamente la particolarissima cifra stilistica – riscontrabile anche nelle opere di genere diverso – del suo autore.

Nel 1976, reduce dalle traversie giudiziarie di Bordella (1976), Avati, insieme al fratello Antonio e al producer Gianni Minervini, decide di rilanciarsi con un progetto che da anni è nascosto in un cassetto e alla cui stesura hanno contribuito diversi sceneggiatori. Il titolo è inizialmente Blood Relations (Relazioni di sangue), e viene prodotto dalla nuova società fondata per l’occasione, la A.M.A. Film (Avati-Minervini-Avati). Il titolo di lavorazione diventa in seguito il suggestivo La luce al piano di sopra, che viene infine cambiato nel più invitante – anche commercialmente – La casa dalle finestre che ridono.

La storia narra il ritorno di Stefano al paese natio, allo scopo di effettuare il restauro di un agghiacciante affresco di Buono Legnani – pittore locale scomparso misteriosamente anni prima – sito nella chiesetta locale e raffigurante il martirio di San Sebastiano. Incaricato del lavoro da parte del sindaco del posto, Stefano comincia il restauro tra numerose difficoltà: all’omertà tipica degli abitanti del piccolo villaggio si aggiungono presto strane morti e assurdi ritrovamenti di cadaveri, che portano il giovane restauratore a iniziare un’indagine personale tra case diroccate, dicerie, matti di paese e inquietanti racconti. Fino alla scoperta della terribile verità: l’eredità di Legnani, soprannominato pittore delle agonie per l’attitudine a dipingere “la gente che è dietro a morire”, è stata raccolta dalle sue due sorelle, una delle quali si nasconde sotto le mentite spoglie del prete del paese. La sorelle conservano il defunto fratello sotto formalina e torturano a morte i compaesani allo scopo di dipingerne gli ultimi istanti di vita.

Per arrivare alla soluzione bisogna attendere centodieci minuti di inquietudine e suspense magistralmente orchestrati da Avati: la tensione è palpabile sin dalle prime immagini, sulle quali scorrono i credits iniziali, e in cui un individuo a torso nudo appeso per le mani viene ripetutamente accoltellato da mani misteriose (una figura misteriosa). Una sequenza shock, realizzata al ralenty e virata in color seppia, che serve all’autore per introdurre efficacemente la galleria di spaventi a cui il suo personaggio andrà incontro durante la narrazione. Il film, in gran parte esangue, è punteggiato da picchi di violenza inaudita (le coltellate in primo piano saranno ripetute nel finale) che rompono gli schemi della suspense per dare consistenza grafica al martirio e al clima di malsana inquietudine che alberga tra le paludi e le dimore abbandonate. Avati inaugura il proprio filone gotico padano con un thriller atipico, nel quale smentisce la tradizione urbana di matrice argentiana per configurare una paura alla luce del sole, abbagliante e tremenda. Alcuni espedienti, tra i quali le soggettive in chiesa del misterioso assassino e il ricorso al prete omicida come nel precedente fulciano Non si sevizia un paperino, ammiccano certamente alle consuetudini del genere, ma sono dettagli nel contesto di una messa in scena inedita e, proprio per questo, a tutti gli effetti autoriale.

La casa dalle finestre che ridono, con il suo finale tetro e pessimista, porta alla luce tematiche legate alle comunità rurali dell’Emilia-Romagna, rappresentate nel loro lato nascosto, sconosciuto, terrificante. Omertà, martirio e sadismo non sono (più) a esclusivo appannaggio dell’ambiente cittadino, ma arrivano a contaminare le periferie e i luoghi “dimenticati”, dove il delitto non trova castigo perché a nessuno interessa. La fotografia, opera dell’esordiente Pasquale Rachini (che diventerà uno tra i fedelissimi della “factory” avatiana), immortala come mai prima d’ora la quiete delle paludose zone di Comacchio così come la bellissima skyline dei boschi circostanti, immersi nel caldo sole abbagliante durante il giorno e in una altrettanto profonda – nonchè minacciosa – oscurità durante le scene notturne.

 

All’inquietante (angosciante) colonna sonora di Amedeo Tommasi si aggiunge l’apporto di un cast eccezionale e perfettamente “in parte”, dal protagonista Lino Capolicchio, perfetto nell’imprimere un misto di inquietudine e curiosità al personaggio di Stefano, alla giovane bellezza di Francesca Marciano (che ritornerà nella successiva parodia Tutti defunti… tranne i morti, P. Avati, 1977) fino alla maschera – nervosa e ironica – di Gianni Cavina (che per l’occasione collabora anche alla sceneggiatura del film, insieme a Maurizio Costanzo). Senza dimenticare il variegato – e altrettanto importante – gruppo di comprimari, tra cui Giulio Pizzirani, Ferdinando Orlandi e Bob Tonelli, che Avati si porterà dietro ancora per lungo tempo nelle successive opere e che diventerà parte integrante del suo riconoscibilissimo marchio di fabbrica. La casa dalle finestre che ridono è tutt’oggi considerato – a ragione – tra i migliori thriller mai realizzati in Italia. Curiosità: i sorrisi dipinti sulle finestre dell’edificio, dal quale il film prende il titolo, sono stati realizzati da Antonio Avati con la collaborazione di Taglietti, cugino di Michelangelo Antonioni.

Recensione di Zederfilm tratta da “Thriller Italiano in cento film”